Vajont. È un fiume del Friuli. Un comune della provincia di Pordenone. Il nome di un film e di uno spettacolo teatrale.
Ma Vajont è anche un luogo dell’anima dove storia, passato e presente si legano. Se chiedi ad un qualsiasi ragazzo italiano cosa voglia dire “Vajont”, scopri che il silenzio sembra non avere fine. Il Vajont, citando Reberschak, “è una lunga storia, fatta di uomini e terre, di comunità e luoghi, di persone e case, di istituzioni reali e segni simbolici”. Di solito chi decide di partire per il Veneto o il Friuli, lo fa per andare sulle Dolomiti o in quelle città note al grande turismo. Pochi sono quelli che, curiosi, esploratori di luoghi e terre senza tempo, si abbarbicano per inoltrarsi anche nella storia. Ma se il turista un pò scanzonato cerca la parola “Vajont” su una mappa, si accorgerà che quel nome più che un luogo indica un evento, un punto su una ideale cartina della storia da non dimenticare. Vajont è infatti il nome del torrente che scorre nella valle di Erto e Casso, davanti a Longarone. Ma più che un luogo, è una ferita, quella provocata il 9 ottobre del 1963 quando il monte Toc franò portando morte e distruzione. Ma Vajont è anche un simbolo. Si va lì per fare forse un “mea culpa” e per capirci di più. E lì, tra quelle terre dove all’inizio ti sembra che Cristo non si sia fermato solo ad Eboli, c’è tanto da scoprire.
Siamo nel territorio tra Veneto e Friuli. La strada porta a Cortina. Siamo a Longarone. Ma scordatevi qui le suggestive, intime chiesette di montagna. Scordatevi le stradine che avevate immaginato. E che incontrerete solo se salirete verso Cortina o se andate a Pieve di Cadore o verso Asiago. Qui non troverete nulla di tutto questo. Posti come Longarone ce ne sono tanti. Sono come quelle periferie delle grandi città: le periferie che non fanno parte degli itinerari turistici perché non c’è nulla per cui valga la pena una sosta. Longarone è morta due volte: con l’alluvione e dopo, per la ricostruzione selvaggia che l’ha resa anonima, paese fantasma. Ma è da lì che si passa. Ora la sua funzione è di unire un punto all’altro. È da lì che si decide di andare o verso itinerari turistici o verso un luogo senza tempo, bloccato nel passato e fermo lì, come una ferita che non guarisce mai. In venti minuti si arriva su. La diga del Vajont si presenta davanti all’improvviso, quasi non hai tempo di rendertene conto. Dopo una serie di tornanti, appena fuori da una galleria, ti piomba addosso quell’immagine. Enorme, un colosso che non t’aspetti.
Chi arriva lì è avvolto da un silenzio ancestrale. Nessuno osa aprire bocca e se lo si fa si abbassano i toni. Provi a capirci qualcosa. E allora ti fermi, ti guardi intorno, “ma la diga è tutta là”, pensi. E allora non riesci a capire cosa sia successo in quell’autunno del 63. Onore a coloro che la progettarono e la eressero. Alta circa 260 mt, è un’opera straordinaria, a doppio arco, ancorata lungo le pareti rocciose che la contengono: all’epoca venne considerata una costruzione rivoluzionaria. Si resta quasi bloccati davanti alla maestosità della natura in lotta con l’umana arroganza.
La chiesa costruita accanto è un simbolo che ricorda tutti i morti. Un anziano signore, appoggiato al suo bastone, ha gli occhi lucidi, racconta in friulano, ad una ragazza, che lui ricorda tutto di quella sera. Ricorda il silenzio tombale dopo il disastro. Quel silenzio figlio di morte e tragedia. Una lunga lista di nomi. Fiori ovunque. Di plastica, ormai vecchi, simbolo del tempo che passa. Fabio, Ferruccio, Giuditta , Emilio, Giorgio, Renata, sono alcuni dei nomi dei bimbi che quella notte l’acqua portò via. 2500 vite inghiottite dall’errore umano.
Vajont è un luogo senza tempo, dove ci si sente piccoli, minuscoli. Non è una gita come tante. È un pellegrinaggio SUGLI STESSI STENTIERI CHE PORTANO A SARNO, QUINDICI E MESSINA. Per non dimenticare che l’umana progenie è solo vittima dei suoi stessi mali.
Enza Iadevaia