Con la risoluzione n. 54/134 del 17 dicembre 1999, l’assemblea delle Nazioni Unite proclamò il 25 novembre, ovvero la giornata odierna, quale ‘Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne’ in memoria della morte di Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, avvenuta il 25 novembre del 1960, in un campo di canna da zucchero per mano del Servizio Militare. La violenza in oggetto, non ha tempo né confini, né differenze socio-culturali, vittime ed aggressori appartengono a tutte le classi sociali, perché al di là di quello che tutti i giorni viene mostrato dai media il rischio maggiore sono i familiari, i mariti e i padri, seguiti dagli amici, vicini di casa, conoscenti stretti e colleghi di lavoro. Secondo i dati diffusi dalla Polizia di Stato nel 2006 sono state uccise 112 donne per mano del proprio partner, mentre le statistiche Istat ci dicono che 1 donna su 4 subisce violenza nella vita, laddove secondo i dati dell’OMS, in Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa dal partner. Per arginare il dilagante fenomeno, lo scorso anno con la L. n. 38/2009, è stato modificato il nostro codice penale, mediante l’introduzione dell’articolo 612-bis, che configura il reato di ‘stalking’, (ampiamente trattato nell’ambito della presente rubrica). L’illecito de quo, che concretamente indica quell’insieme di comportamenti che implicano la violazione della libertà personale, dovrebbe rappresentare un deterrente per chi perseguita sistematicamente e deliberatamente la propria vittima. Il termine, di derivazione anglosassone, è proprio della caccia e significa braccare, pedinare; lo stalker, infatti, è un soggetto molto fragile che non tollera la frustrazione del rifiuto amoroso e pertanto inizia a perseguitare letteralmente la propria ‘preda’, attraverso telefonate anonime, sms, agguati, fino a pervenire alla violenza fisica che purtroppo nella maggioranza dei casi termina , come leggiamo spesso nelle pagine di cronaca, con l’omicidio. Tuttavia la violenza sulle donne non è solo fisica ma si manifesta anche nel rendere difficile, se non impossibile, il ‘vivere’ la propria libertà e dignità; al riguardo si segnala che ogni anno a Benevento, circa 700 bambini non vengono al mondo, in quanto le loro mamme, spesso schiacciate dal peso e dalle difficoltà, soprattutto economiche, decidono di abortire in virtù della l. 194/78. In tema, va segnalato, che presso l’ospedale Civile Rummo, a Benevento, esiste il C.A.V., ovvero uno dei numerosi centri di Aiuto alla Vita, operanti, peraltro, in tutta Italia, costituito da volontari, che tentano di offrire alla gestante un sostegno (medico, legale, psicologico) concreto ai suoi problemi onde distoglierla dall’estremo gesto (per informazioni rivolgersi al n.0824.53372).
Angela Arena