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Archivio per la categoria ‘Tutto al femminile’

La desertificazione della cultura

Scritto da: redazione giugno - 14 - 2010 1 COMMENTI

culturaSiamo a disagio.
Va da sé che quando il disagio non è del singolo individuo, ma l’individuo è solo la vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti, se non addirittura di sensi e di legami affettivi, come accade, ahimè, oggi nella nostra cultura, è ovvio che risultano inutili le cure farmacologiche cui oggi si ricorre sin dalla prima infanzia o quelle psico-terapeutiche che curano le sofferenze originate nel singolo individuo.
A dirla come Goethe, per cui l’uomo è un essere volto alla costruzione di senso (sinngebung), nel deserto dell’insensatezza che l’atmosfera nichilista del nostro tempo diffonde, ne ricaveremmo che il disagio non è più psicologico, ma culturale. E allora è sulla cultura collettiva e non sulla sofferenza individuale che bisogna agire, perché questa sofferenza non è la causa, ma la conseguenza di un’implosione culturale di cui i giovani, parcheggiati nelle scuole, nelle università, nei master, nel precariato sono le prime vittime.
Se il disagio giovanile non ha origine psicologica ma culturale, inefficaci appaiono i rimedi elaborati nella nostra cultura, sia nella versione religiosa, perché Dio è davvero morto, sia nella versione illuminista, perché non sembra che la ragione sia oggi il regolatore dei rapporti tra gli uomini, se non in quella formula ridotta della “ ragione strumentale”che garantisce il progresso tecnico, ma non un ampliamento dell’orizzonte di senso per la latitanza del pensiero e l’aridità del sentimento.
Il disagio non è esistenziale, ma culturale.
Il significato dell’esistenza non appare privo di senso perché costellato da sofferenza, ma appare insopportabile per la percezione dell’insensatezza del proprio esistere.
Dov’è il rimedio? Nella ricerca esasperata di “senso”, come vuole la tradizione giudaico cristiana, o nel riconoscimento di quello che ciascuno è, delle proprie virtù, della propria capacità…? Per dirla in greco del proprio “daimon” che può approdare alla felicità “ eu-daimonia”…
Interrogati non riusciamo a descrivere il malessere perché subiamo un analfabetismo emotivo che non ci consente di riconoscere più i nostri sentimenti e tanto meno di dare loro un nome.
Il governo massiccio della corazza opaca e spessa del silenzio e una segreta depressione per uno stato d’animo senza tempo languono come un rumore insensato.
La macchina del “ nulla” che avvia questo circolo vizioso inabissa il tempo in una ossessione volta alla ricerca del prodotto che promette la liberazione da ogni cura, proponendo quello che Freud chiamava “ coazione a ripetere”, dove l’insaziabilità si scontra con l’inadeguatezza dell’oggetto e l’impossibilità della felicità.
Non ripudiamo il nostro desiderio di cultura che rende operante la comunicazione fra i popoli e con se stessi.
Non riempiamo il vuoto della cultura col farmaco o con la droga, permetteremmo a una “ giara bucata” di offenderci.

Una grande tristezza invade gli uomini. I frutti del raccolto si corrompono. La luna è malvagia. Siamo divenuti aridi, le fonti non hanno più acqua e il mare si è prosciugato.
Una piatta palude senza anima…se non c’è cultura.

Maria Pia Selvaggio

Se la madre…

Scritto da: redazione maggio - 10 - 2010 3 COMMENTI

festa_mammaLe costole sono gabbia e il cuore si ciba di lische. Sono mamma, ma vermi e cardi s’inseguono nella mia mente. Solo una smagliante fanciulla corre verso di me senza raggiungermi più: sono io, sono quella che non sono. Sperduta in un palcoscenico che chiamano “normalità” ho perso i miei ammiratori e la mia vita e nessuno mi dice come si conquistano la pazienza e la sopportazione. Prigioniera nell’eternità e affamata nella strada, senza una finestra da dove spiare il ritratto che volevo per me. Non voglio sentire i tuoi vagiti e faccio scorrere nel mio corpo la musica, per addomesticarti, e vorrei ci fosse una corda per lanciarti, mentre ti cullo mormorando melodie.
Se il mio risveglio è nell’abbandono delle cose amate e difficili da raggiungere, non posso accettare “te”; posso ricoprirti con una buccia e rallentare il tuo respiro, sperando che uno zoppo ti inchiodi per cattiveria. Si, sono oppressa e vorrei dormire, mentre il mattino è ancora in fasce…come te. Poi mi risveglio e ti esibisco e voglio tu faccia le cose che non ho fatto io; voglio imbellettarti e darti alla luce dei fotografi, mentre mi aggiusto il reggicalze. Voglio che tu sia migliore degli altri, mio bimbo, qualunque sia il tuo sesso, e che io possa urlare “mio figlio”, nella piazza gremita di visi e corpi profumati. Voglio che tu sia il più bravo a scuola, che tu sia il più bello fra tutti, che solo perché sei nato da me…”devi brillare!” E non replicare se racconto frottole su di te, e non disturbarmi se me ne sto al computer a inseguire i paradisi che “tu” mi hai chiuso, e non piangere se non ti prendo in braccio e se non ti preparo il dolce che desideri…io lavoro!!! Dopo ti compro un giocattolo.
Se te ne stai zitto e sopporti la mia separazione dalle illusioni che credevo eterne, allora sei cresciuto e non ti serve più nulla. Un mese andrai dallo spermatozoo e uno dall’ovulo e deporrai tutti i tuoi capricci e sarai un “grande uomo” o “una grande donna”. E sarai mio figlio. E se non avrò di che sfamarti ti condurrò al primo semaforo, e guardando i tuoi occhi enormi e tristi di fame ti regaleranno un euro, che divideremo, perché io sono te e tu sei me. Ora se qui e non riesco a sentire il battito del tuo cuore; mi spoglierò e passerò a setaccio il covone dove dovrò depositarti. Ti scuoterò dal mio ventre come si fa con le radici di un albero e ti coprirò con della carta stagnola. Sceglierò il posto più bello dove “gettarti”…o forse quello più affollato…o forse quello dove puoi spegnerti prima. Eccoti! Sono tua madre. Io sono una madre. E in un tonfo, non lo sono più!
Maria Pia Selvaggio

La “Resistenza” ed il ruolo delle donne

Scritto da: redazione aprile - 24 - 2010 1 COMMENTI

iiiNon è mai facile parlare di donne, come non è mai facile parlare di Resistenza, ma a volte dei piccoli spunti che la vita quotidianamente ci offre prendono il controllo della nostra mente impossessandosi dei sentimenti, e allora tutto diventa semplice e le parole sgorgano dalla nostra sorgente interiore.
La Resistenza è una pagina importante della Storia italiana, ma i fiumi d’inchiostro già versati da storici, sopravvissuti e sopravviventi affezionati al ricordo evidentemente non bastano a inculcare questa idea nella mente degli italiani alienati dalla loro storia come se fosse un vergognoso scheletro nell’armadio.
In questi giorni, almeno in questi giorni visto che domani è il 25 aprile, se ne parla, e si ricorda, anzi si insegna, il ruolo svolto dalle donne. Tra i partigiani non c’erano differenze di sesso, una donna lavorante valeva quanto un uomo, le donne portavano armi, e le usavano, le donne usavano armi femminili per raggirare i soldati e portare i viveri ai loro uomini. “La donna è sempre donna. Ma nel momento del pericolo anche la donna accetta le regole della guerra” dice una partigiana, al femminile, che spiega come una donna riesca ad andare oltre la propria educazione finalizzata al donare la vita e al procreare, per togliere la vita al nemico, se necessario.
Ricordiamoci del 25 aprile, ricordiamoci della Resistenza, e impariamo dalle donne.
Alessandra Florio

La lussuria della “castità”

Scritto da: redazione aprile - 22 - 2010 1 COMMENTI

tenerezzaUn movimento giovanile americano sta riscontrando un discreto successo di pubblico e adepti: “True Love Waits”, il vero amore sa aspettare! Le giovani coppie si giurano castità fino al matrimonio inneggiando ad essa, come scelta gioiosa e volontaria. Fino a qualche decennio fa tale soluzione era “imposta” dalla famiglia, specialmente nel meridione, per salvaguardare il proprio onore. Molte sono state le censure, sia religiose che sociali, riguardanti il sesso e la libido; addirittura a metà Cinquecento misero all’indice libri e disegni ritenuti scandalosi, arrivando a censurare persino i nudi del Giudizio Universale di Michelangelo, nella Cappella Sistina.
Il dilemma, molto intimo, non ha risparmiato neanche Sant’Agostino che in una preghiera recita: “ Signore, dammi la castità e la continenza, ma non subito”( confessioni, VIII,VII, 17).
Nella Roma papalina, che nel Rinascimento fu uno dei principali centri di prostituzione d’Europa, cortigiane e meretrici erano in numero di Una su Sette abitanti e intasavano anche le strade dei pellegrini; Pio V, in un avviso del 3 agosto 1566, affermava: “ l’infamia…che dalle meretrici siano abitate le strade di Roma santa, ove è sparso il sangue dei santi martiri”.
Venezia era bene rappresentata dal suo celebre “ Ponte delle tette”, chiamato così perché le prostitute erano autorizzate dal governo a esibire i seni dai balconi , per reprimere la dilagante sodomia.
Ugo Foscolo definirà Parigi “ Babilonia Maxima”. Qui le “femmes” si dividevano in “ madames”, amanti del re o di un cardinale…” chevres coiffeés”, amanti dei nobili ecclesiastici…”petrèls”, tra borghesi…” e “pierreuses”, per il popolo.
Carlo Sini, ordinario di Filosofia teoretica all’università di Milano, afferma che la lussuria è “la più rappresentativa delle incontinenze e nasconde in sé un’avidità paradossalmente solitaria” e “ l’eros si nutre di attese e di fugaci presenze, perciò non è mai sazio”. In tempi di cyber sex, chatlines, locali di scambisti, videoteche hard, sexy shop, sesso libero…l’insoddisfazione è addirittura aumentata. Si tende a perseguire solo la parodia della sessualità.
E allora…aspettare e rispettare il “ patto d’amore”, o concedersi alla sfrenatezza della lussuria?
Saranno capaci le nuove generazioni di “dissetarsi” in maniera più soddisfacente e meno nevrotica? Magari la scoperta di un antidoto contro lo “ spegnersi del desiderio” nel tempo…” l’attesa gonfia il desiderio”.

Maria Pia Selvaggio

La donna politica e le sue latitudini

Scritto da: redazione marzo - 31 - 2010 8 COMMENTI

121Forte, seducente, post-femminista e iper-femminile capace di coniugare immagine e determinazione, di trasformare la sua femminilità in un’arma di convincimento popolare: la donna!
Possiamo davvero sperare che se ci fossero più donne in politica il mondo sarebbe migliore? Sarebbe capace di rappresentare non se stessa e le grandi e piccole consorterie di amici e conoscenti?
Sarebbe capace di non prendere decisioni solo per riprodurre un sistema di clientelismo, di quelli più svariati…? E di non amare, poiché l’amore è stato il “tallone di Achille” di molte grandi donne della storia? E sarebbe consapevole, la donna, di avere una sola nemica spietata ed urgentemente perfida… “un’altra donna”…?!
Un rumore rivelatore dell’animo che sembra avere abbandonato la strada maestra, una terra divenuta arida che fa del tempo solo il solco che divide dalla morte. Le donne arriverebbero vergini agli avvenimenti della vita e all’inizio non sbaglierebbero i nomi, né le porte…ma un tradimento, un fallimento, uno scandalo le allontanerebbe per sempre.
Unte di grasso imbratterebbero di baci gli idoli e gli uomini non respingerebbero la benignità senza confini di “colei” che hanno fatto serva.
Le cortigiane di Corinto credevano di sapere ciò che era bello e vagavano senza sosta alla ricerca di un palco, per avere l’orgoglio di cantare fino a notte fonda.
Il pensiero progressista delle donne danza il “can can” in questo panorama ideologico , dove non si vedono altre alternative che il “giornalismo epilettico e la “giustizia urlante”. Nei “salotti buoni” si squadernano ruggenti spocchie e presunzioni di superiori lucidità.
E la donna? Corre, sconvolta, e si rovescia nei ruggiti mediatici che grattano i moralismi, perseguitano i mascalzoni, rifuggono dalle debilitazioni frequenti dei topi da fumetto.
Tra la frivolezza rampante e il nichilismo riusciranno, le donne, a plastificare le catastrofi moderne…? A uscire dal vandalismo e dalla pusillanimità? A sequestrare e deturpare falsi ideologici progressisti?
Spumose di acque e vergini…come Venere…Geniale soluzione ai problemi del mondo!

Maria Pia Selvaggio

“Mosaici”: concorso a premi tutto al femminile organizzato dalla Uil

Scritto da: redazione marzo - 23 - 2010 COMMENTI

uilSta riscuotendo un grande successo il concorso a premi di fotografia, pittura e poesia dal tema ‘Mosaici – frammenti di emozioni per rendere arte la cultura di un diritto’. “Il concorso - spiega Sonia Mottola del coordinamento pari opportunità della Uil – è rivolto alle donne e nasce dalla volontà di proporre una seria riflessione sulle necessità di garantire la sicurezza in tutte le realtà lavorative e la promozione di idonee misure di prevenzione e di informazione. Questa prima edizione – continua Anna Lengo responsabile della sicurezza Uil poste – è dedicata a tutte le amiche che vogliono portare, con i propri lavori, la propria testimonianza su questa importante tematica, dandone così una propria visione, una propria idea artistica”. Attraverso l’utilizzo delle arti visive si vuole “focalizzare l’attenzione su una questione di elevato valore sociale non sempre trattato con la dovuta attenzione”, conclude il segretario generale della Uil di Benevento Fioravante Bosco. L’iniziativa è aperta a tutte le donne maggiorenni anche se non inserite nel mondo del lavoro. Il primo classificato per ogni categoria riceverà un premio in denaro, fermo restando che per tutti i lavori presentati sarà allestita un’apposita mostra in omaggio al contributo di ognuna. Per maggiori dettagli e per ricevere la scheda di partecipazione si potrà consultare il bando di concorso pubblicato sul sito www.uilbenevento.it . Gli interessati potranno anche telefonare alle sindacaliste Sonia Mottola (329 – 9192298) e Anna Lengo (335 – 6698061), o potranno presentarsi presso gli ufficio della Camera Sindacale Provinciale Uil di Benevento in Corso Dante Alighieri n10. Le domande di partecipazione, corredate dai relativi lavori, potranno essere presentate entro e non oltre il 25 aprile 2010.

Non dirmi donna

Scritto da: redazione marzo - 8 - 2010 2 COMMENTI

mimosa1Non dirmi “donna” che io già non sia. Sono gelosa delle mie frecce, ossia delle mie vittime; dei miei compagni, ossia della mia solitudine. Fabbrico la bellezza, la castità, le debolezze e sono pura sotto le sembianze di una vergine. Gusto l’amaro piacere d’ingannare nel letto colui che amo e nell’immaginazione colui che non amo.
Avvolgo il filo d’Arianna intorno al cuore per poter piangere senza sapere il perché.
Dopo la scena madre del terzo atto, sfiguro l’uomo con morsi di belva e attivo le conoscenze maestre dei sotterfugi per infilarmi i calzoni del dissimulatore.
Tutti sono boia se giaccio sulla strada nel mio sangue e solo la vittoria mi rende capace di alzare il dorso della mano per un bacio e un inchino che prolunga il corridoio della fuga.
Ho voglia delle scosse di una battaglia e tolgo il velo all’amica per sentirmi viva, mi rivesto della tunica per ingannare la morte e trafugo nella tenda dei maschi.
Spalanco le porte e faccio entrare la notte…e i re…e il vento e il cielo che trabocca di segnali per me.
Voglio essere maschio e mi tatuo il cuore e poi donna e voglio che mi lascino il passo; voglio essere iena e strappo le dita alla mia compagna avvertendola dell’arrivo del mio uomo.
Affaticata salgo i gradini di una chiesa, mi batto il petto per salvare gli amanti esigenti e confusamente ricordo delle brume mattutine che recano messaggi.
Non dirmi Donna che io già non sia.
Scavo con uno scudo rotondo una culla e scambio il mio nascondiglio di madre con un maschio, ma il travestimento è solo un sortilegio maligno.
Mi lamento della cupidigia dei venditori ambulanti e poi rimango limpida di fronte a un cumulo di menzogne.
Inginocchiata ascolto la vita dall’imboccatura troppo stretta di un vaso dove l’acqua è onda e mi liscio i seni, i fianchi, i capelli nudi…e sono un mistero: sono donna!
Alzo il pugno e lo grido. Infliggo al maschio il riflesso terribile del vuoto e volo nello specchio per illuderlo di guidarmi.
Sono una catena tesa nella risacca e ammaro al molo la barca già tutta ansimante per la partenza.
Ebbra di felicità apparecchio da sempre il letto di porpora e disegno le braccia in croce perché, come una neonata, mi si dia la vita.
Sono un cigno e raccolgo il collo in una carezza.
Non dirmi donna che io già non sia!

Un augurio speciale a tutte le lettrici che mi leggono e mi scrivono.
Non urliamo “donna”…se già lo siamo!
Maria Pia Selvaggio

Chi non ama

Scritto da: redazione febbraio - 13 - 2010 3 COMMENTI

loveGli amanti si strappano il cuore: è San Valentino. Si parlano a bassa voce e ascoltano i sussurri impegnati a scuotere le emozioni.
Ogni tanto si accorgono di come sia bello amare e si buttano nella mischia come giovani cavalli che hanno bisogno di lusinghe per crescere. La notte contemplano girare le stelle e educano il cuore al galoppo di chissà quale felicità. Scoppiano in lacrime all’improvviso e il fuoco diventa pietra e spezzano le lire come musicanti impazziti.
Qualcuno lascia cicatrici per non aver comprato i cioccolatini spruzzati di noccioline; altri, pur se devotamente prostrati, hanno dimenticato le rose rosse nell’anticamera e si battono le tempie, poiché quando si è fragili bisogna disfarsi al più presto dei pensieri…
Lui per risparmiare il prezzo di un bordello attraversa il guado, deponendo candele sulla terra umida e stappando champagne, sperando che il sogno si apra…e si accenda.
L’altro si propone come polvere divulgata dal vento, per non sentirsi isolato ammobilia la saletta rotonda con i tavolini bassi, slabbra tappeti e specchi d’argento, aspettando che si organizzi la gara sulla pista.
Eccolo, con in mano il pretesto per una finzione, stanco di circolare tra le forme dell’amore, a proprio agio nella turpitudine, si procura la speranza di un buon affare, insieme alla sensazione gratificante di essere un buon baro…d’amore!
Noi donne siamo qui, con in mano i piaceri del lussurioso, del fannullone, dell’ostetrico, del marmista, dello scultore…teneri blocchi umani, avventurieri sul mare del caso…
Siamo “levatrici”, tiriamo fuori le loro anime e approfittiamo delle loro debolezze come delle loro ricchezze; approfittiamo del loro coraggio e della loro purezza d’intenti, pretendiamo rischi eccitanti, creandoci un mondo fatto di candore e fragilità…
A chi non conosce l’Amore e a chi lo conosce troppo. A chi ne conosce i sobborghi, ne attraversa le valli, a nuoto ne scava le viscere e tremulo si perde nei palpiti della primavera…
A chi si copre il cuore perché vuole rimanere innocente e non attraversare il segreto della malizia…
A chi in nome dell’amore ama solo se stesso, pretendendo che l’altro sia una conchiglia vuota… A chi conta le onde e fa esplodere cuori.
Agli amori che non sono più e a quelli che saranno…a quelli che si nascondono e a quelli che fingono; agli amori dipinti sulla tela del firmamento.
A chi non ama nessuno, perché ama tutti!
E a chi non ha un amore e salta la pagina, girandola come se fosse già domani!

Maria Pia Selvaggio

Lei saggia bambina…

Scritto da: redazione gennaio - 30 - 2010 5 COMMENTI

chagall1Lo squarcio giunge appena in tempo e sparpaglia gli anni istupiditi dal silenzio, da amori finiti che hanno smaltito il loro delitto. I passi risuonano dal sottosuolo dell’animo e il pendolo del passato ritorna come una vaga fosforescenza abbastanza ampia da misurare le orme che separano dalla morte.
L’insonnia dovuta al pensiero della propria persona che sfiorisce diventa furore e parte alla ricerca della sua stella situata agli antipodi della ragione umana. Eccola procedere in quella notte fucilata dai fari, con i suoi capelli da pazza, nelle mani cenci da mendicante e le unghie scassinate per graffiare labbra giovani e fresche di saliva.
Il cadavere dell’età si dissolve e lei freneticamente strappa dalle spalle quella veste senza cuciture e vaga nuda, nascondendo le leggi scritte nel cielo ai suoi occhi assonnati e deliranti.
Quel figlio di uomo le dà forza.
Diventa baccante incipriata e compie esperimenti su quella combinazione di corpi e di età.
Lei cinquanta…lui trenta.
Vanno nei piccoli caffè ad ascoltare musica e lei si fa fotografare in prima pagina in braccio a lui, sperando di togliere quel sapore di carne rossa che assaggia dalle sue labbra.
Orgogliosa si specchia in lui per rivivere il proprio ritratto femminile e lui si lascia amare, succhiandole la vecchiaia come farebbe con un buon vino delle isole…
Si offre come serva, sapendosi padrona e urla contro le rivali tutte le maledizioni che ha in corpo e ogni donna le è nemica. Resta indifferente alla bontà e assume l’alterigia, pur conoscendo la sua indole da galoppatrice di cavalli.
Lui sa che sarà un orfano… Ogni tanto finge di essere il padrone e affretta il passo, sperando che lei lo segua, ma lei sorseggia un bicchiere d’acqua e racconta al barista che è campionessa di boxe alle olimpiadi dell’universo.
Lui torna, mentre lei parla di destrieri, e lei lo abbraccia raggiante come fosse una coppa.
Le curve delle rughe sono preoccupate, mentre la sentono battere i tacchi sul selciato, circondata da fiaccole.
Vittime di un agguato si trasportano sull’unico divano. Lei saggia bambina…Lui malfermo sulle gambe ferite da un cavalluccio di legno.
Si sputano gli anni a fiotti, dalla bocca, come per un’emottisi…ma solo il tempo è il nostro complice!

Maria Pia Selvaggio

E’ il 2010…delle donne!

Scritto da: redazione gennaio - 3 - 2010 2 COMMENTI

donne01 Quando nasce un anno tutto diventa più limpido e si affastellano i desideri, per farli esplodere insieme alle bollicine che si trattengono in gola…e tutto è più frizzante.
Nel tripudio festante si riuniscono generazioni che sono sempre più vicine e complici. Sorrisi uguali, speranze che vanno e vengono, desideri nascosti da una sola stella…
La bisnonna con la vita nel cuore che sbaglia i nomi ma non confonde i sorrisi e riconosce dall’odore tutte le sue donne…
La nonna col suo pulsare d’arterie mentre guarda estasiata l’ultima nata, e si industria per come darle piacere, carica di giocattoli e d’amore…
La mamma sbrigativa e fuggevole tra rumori di pentole e massaggi d’olio d’oliva…colma di orgoglio e con le mani gonfie come quelle di un pugile per aver impastato superbe leccornie…
La figlia col suo volto acerbo, bello perché ha in sé la giovinezza che si rinnova e si ripete e i suoi occhi sono vasi acerbi…
E poi c’è lei… la donna che si sfila le calze e lascia che la strada resti vuota mentre si prepara a battere le mani e a sostituire la temerarietà con l’arrendevolezza triste…
E lei…l’artista nomade della vita con addosso la promiscuità dei costumi teatrali e il rimaglio e le sfilature delle aderentissime calze di seta…
E poi ancora…lei, che si nutre delle folle e delle masse e si propone sull’altare come una dea e asfissiata dalla promiscuità di potere grida nella piazza a labbra serrate e pallide come la cicatrice di una ferita…
E poi lei…che vive di sogni e i suoi occhi splendono come turchesi ammalati…
E l’altra…che prende in prestito un divano per dormire in un angolo della sua camera da studentessa, sognando ancora un’infanzia…
Le vedo che passano sopra un palco e hanno lenzuola da tessere fra le mani, mentre si attorcigliano da sempre i riccioli e li colorano e sacrificano un po’ del loro sangue per colorarsi le guance…
Tutte figlie di un sacrificio…ancora!
A quello che siamo…fiere ed unite in una stessa stella!
AUGURI.
Maria Pia Selvaggio

E poi…

Scritto da: redazione gennaio - 3 - 2010 7 COMMENTI

amanti22…E poi ti bastano tre parole messe in fila, ti basta una carezza sui petali appena sbocciati, ti basta un tuono in lontananza che accompagna dolcemente un temporale estivo. Ti basta una vetrina vuota dove specchiarti o una lunga lingua d’asfalto da percorrere. Ti basta sentire il canto delle cicale che raccontano una sera pietosa. Poi senti pesare su di te la bassezza delle lingue di fuoco dell’arcobaleno che va via, che per lo più non sono altro che mancanze di rispetto dei colori che, stanchi, sopportano senza cedimenti il vento prezzolato dalle cicale…e ti ascolti. Sai che puoi sbattere la testa sulla tomba come un cadavere appena interrato…
Ti batti in petto, quando tutti vanno via e fai i conti col diavolo, quello che ti ha comprato per due bracciali, sfilati in una notte di luna piena. Sai che non si ripercorre la strada senza annoiarsi, sai che le sacche di pentimento non possono essere svuotate, e le bocche gonfie d’ingiurie si dissetano durante il percorso alle fonti adocchiate durante la primizia del cammino…
Sai che hai provocato l’immobilità delle estasi segrete…e che potevi non farlo, ma lo hai voluto per cadere sul campo combattendo…
Hai ruotato intorno a un astro accrescendo la vertigine, hai scorticato il lungo portico, pensando di creare la via dei ricordi e della fuga…Hai sognato di cucire sulla tua pelle altre pelli, perché il richiamo d’amore divenisse più forte…hai slegato i lacci dell’anima, della ragione,della sincerità logorata dagli sputi di vita… Hai peccato. Non hai posseduto il silenzio…né la certezza di esserci…non hai posseduto la scaltrezza dell’attesa, né quella dell’indifferenza, hai preparato, senza renderti conto del gioco doloroso, una morte non degna, né tanto solida da sfidare il tempo. Non hai insegnato a te stessa che tendere una coppa piena e poi una e poi una…non serve a farsi amare; non hai insegnato a te stessa che il prestigiatore non ama, gioca… Non ti sei resa conto che un’anima senza un bel corpo non serve a nulla…Non ti sei resa conto, ora che ti stai congestionando i piedi di carezze, che sai che non ti servirà più nulla, che non sarai più serva… Perfino nel vizio hai mentito…e sorridi ora che ti sgrani le dita e tenti di succhiarti i talloni per ferirti…
E poi…rovesci la testa e dall’errore fai sgocciolare un laconico surrogato di sorriso….
Sai che nessuna poteva permettersi di amare al rovescio…lo racconti alle formiche che lo tuonino nella pancia della terra…e lanci un urlo perché hai avuto quello che volevi… e lo hai ammassato nelle notti senza che nessuno se ne accorgesse…
Hai taciuto…preferendo la tomba alla cella…
E adesso sorridi perché possano giudicarti…colpevole!
E poi…sussurrerai a chi non ha capito…” non si può uccidere un morto”.
E poi…nulla.

(dedicato a Elisa. La morte non è sollievo, sei solo dall’altra parte del tramonto. Torna alla luce…)

Maria Pia Selvaggio

La donna e il complotto mediatico

Scritto da: redazione dicembre - 11 - 2009 1 COMMENTI

var08

Inghiottiamo ogni giorno crudeli “bellezze d’immagini”, fino alla nausea; trasmesse in tempo reale o riciclate durante la notte…tutte pregne di una drammatica e paradossale verità: i cuori sono aridi come i campi d’agosto, l’odio infetta gli animi, e si sopporta a malapena anche il calore di quegli unici raggi di sole che l’universo generoso ci lancia come frecce stanche.
A volte la forza dirompente delle immagini lascia spazio alle parole che vengono incanalate, guidate ed elaborate dentro un discorso gonfio di significati esplosi, variamente coniugato e concatenato…difficilmente controllabile e per questo potenzialmente carnefice. Tutto è apparire!
La ripetizione, l’iperbole, l’accumulo si applicano perché hanno il loro effetto e perché lo scandalo della realtà costantemente ritoccata sia scioccante a dovere, cosicché la manipolazione renda ciechi.
“La donna”, seduta sulla propria tristezza, plasma l’argilla cotta e sembra sia accompagnatrice di tutti quelli che vogliono varcare le mura della città. Non ha tregua…stesa nel letto delle Furie e a loro amica, entra a Roma, come San Pietro, lasciandosi cerchi di eserciti maschili al di là del fiume.
E’ capace di far rosseggiare l’inferno…di rifiutare l’elemosina…di aggirarsi nella nuda campagna coi piedi stracciati dai fondi di bottiglia, di ululare di gioia per ogni proiettile che non colpisca il suo viso…o le sue gambe…o il suo ventre, rigorosamente piatto.
La sua nudità, sinistramente esibita… tocca le dita del mendicante all’angolo, o percorre gli atomi che fingendosi scandalizzati si avviluppano nella stessa membrana, curvi come bocche in un bacio.
Il cadavere ufficiale della serenità conteso come per riempire un’urna vuota…o un’anima vuota…o una vulva…vuota!
Un violento andirivieni…senza ali! All’uscita dei market affollati…al parcheggio dell’ufficio…a casa con le buste pesanti…di nascosto dietro la chat… nei cassonetti a buttare vite… dietro parole vuote e pettegolezzi, camminando a tastoni a sera…nella fosforescenza della notte…beffata di aver potuto credere che esistesse un uomo…oltre dio! Ha superato lo spazio e ora apre le labbra come il mare, in tempo di tramontana…ma non è un sorriso!

Maria Pia Selvaggio

Donne Cgil Bn: solidarietà alle donne di Avellino

Scritto da: redazione novembre - 27 - 2009 COMMENTI

donne1Il coordinamento delle donne della Cgil di Benevento esprime la propria solidarietà a tutte le donne della Cgil di Avellino per l’accaduto del 26 novembre quando alcune mura della città sono state imbrattate con scritte contro le donne della CGIL di Avellino. Il fatto è accaduto proprio nella giornata che doveva vedere la donna al centro di un dibattito nazionale sulla violenza che troppo spesso la colpisce. Questa la nota ricevuta in redazione.
“Le donne non sono deboli, oggi. Non dovrebbero esserlo più.
La cultura condivisa, il sentire comune negli ultimi vent’anni sul tema dei ruoli e delle funzioni legate al genere ha fatto passi indietro da gigante: le ragazze di vent’anni oggi vivono una condizione non diversa da quelle delle nostre nonne con qualche difficoltà in più.
Più mercato del corpo, più esibizione, più aggressività verbale e fisica.
Che le donne si vergognino in larghissima parte di denunciare le violenze di cui sono oggetto, fisiche prima di tutto, ma poi anche psicologiche, economiche, politiche, è la spia di quel che intendiamo dire : la vergogna è il sentimento di chi crede di essere in errore. Che la colpa sia sua. Che se questo succede non ha saputo non farlo accadere o non ha saputo sopportarlo.
Manca completamente la censura sociale del comportamento violento. Manca la disapprovazione collettiva del bullismo, del machismo.
La censura reciproca : nessuno ferma un ragazzo che dà fastidio ad una ragazza per strada perché se lo fa lo indicano come omosessuale. Mancano padri che non siano fieri delle conquiste seriali dei figli maschi. Mancano madri che sappiano essere meno indulgenti con loro. Mancano leggi che suscitano questi sentimenti, che li ergano a norma.
Leggi anche disuguali se disuguali sono le condizioni di partenza. Ci sono paesi in cui un gesto violento se compiuto da un uomo su una donna è punito più severamente : si chiama uguaglianza sostanziale, ripristina la disuguaglianza di partenza. Manca il rispetto che si deve a chi subisce.
Manca la capacità di mettersi nei panni dell’altro, dell’altra. Se vince la cultura dei “vincenti” le donne perderanno. Non fanno la guerra, in genere. E’ una perdita di tempo : hanno altro da fare.
Con l’auspicio che queste poche riflessioni possano servire a scuotere le coscienze di chi spesso, troppo spesso agisce con leggerezza e con un solo scopo, quello di impegnare qualche minuto della giornata in qualcosa che spesso finisce per ledere la libertà altrui. Il coordinamento delle donne Cgil Bn”

Udc, il 25 novembre giornata dedicata alla violenza sulle donne

Scritto da: redazione novembre - 24 - 2009 COMMENTI

udcnov“La violenza sulle donne” è il tema della giornata che il Dipartimento Pari Opportunità dell’ Udc di Benevento ha organizzato per il 25 novembre. Le responsabili provinciali Lepore e Finizio invitano tutti a partecipare a riflettere su questo fenomeno.
“ Tanti sono gli atti di violenza - dichiarano Lepore e Finizio - che le donne subiscono nella vita sociale e familiare. Fino a poco tempo fa, poca era l’attenzione che la pubblica opinione riversava su questo fenomeno. Finalmente anche in Italia - proseguono Finizio e Lepore - esiste una legislazione finalizzata a proteggere le donne dagli atti persecutori subiti. E’pur vero che queste norme a nostro giudizio andrebbere modificate, infatti vi è tra le proposte emendative del Gruppo dell’Unione di Centro la previsione della procedibilità di ufficio.
Comunque al di là delle norme è necessario – concludono Lepore e Finizio – far crescere una cultura a difesa della donna”.
Nelle prossime settimane saranno organizzate delle tavole rotonde per riflettere su questo tema così delicato ma soprattutto così attuale.

Uomo…Donna…O “Marrazzo”

Scritto da: redazione novembre - 5 - 2009 10 COMMENTI

trans_riccioneLe lampade si spengono e cominciamo a tessere i fili imprevedibili di un destino che ci ha incrociati come un arazzo, cosicché non distinguiamo né l’abito rosso, né quello azzurro, né ,altresì, il bianco. Sovrapponiamo in noi maschere su maschere, rifiutiamo il timore di chi non si riconosce e si perde in mille domande… Nelle brume dei nostri desideri nascosti, tormentati dal vento del piacere che ci sferza le viscere, ci affidiamo a quella muscolosa insidia che è la ferinità. Spalanchiamo, ognuno a suo modo, le porte principesche della sincerità dell’essere animali, all’improvviso compiacenti delle nostre mani, dei nostri gesti, dei nostri piaceri colanti, dei nostri nascondigli confusi nell’essere femmine e maschi e ancora…di essere schiavi di una razza asessuata che ci rende padroni.
Siamo furetti e tendiamo a casaccio i travestimenti senza accorgerci che i veli sono caduti e tutti ci stanno guardando e stanno tessendo per noi parole utili agli ipocriti, che attraverso noi vogliono travestirsi l’anima.
Un ragazzo vestito di bronzo ride, mentre tanti altri scappano e richiudono con un rumore tonfo la luminosità dei corpi nudi per non rischiare l’imboccatura del vaso troppo stretta.
Chi è sfuggito alle calunnie perché troppo scaltro si sfrega le mani, facendo finta di provare vergogna e repulsione per colui che è rimasto invasato dalla lussuria… Si abbottona il cappotto e parla nella piazza calcolando le parole e palpando col pensiero i seni e le natiche dei passanti.
Mille passi intorno al cadavere di turno, senza che lui possa mordere le carni né presentarsi vulnerabile; tutto è in gioco: parole, sguardi, atti osceni, silenzi…oramai lui non è umano…è un pene.
Tutto ruota intorno a un organo, tutti lo pensano, lo immaginano ma non lo nominano. Se potessero lo farebbero saltare dai precipizi, lo farebbero scivolare sui costoni o rotolare come un melograno…
Se potessero…tutti lo estirperebbero! Per decenza.
Una donna alla finestra scosta due battenti anche se l’alba ancora non è sveglia, strappa il cuore del suo uomo dal cuore suo e richiama le sirene dal mare, per danzare fino a che il sole non la morde. Non sa, nei passi di danza, se è maschio o femmina, sa che gode come una freccia scoccata e che le ferite sono rimarginate.
Un uomo ondeggia sul tetto e vola come se uscisse da una nube bianca e i gabbiani lo trasportassero. S’inginocchia e bestemmia in un grido, mentre il buio lo lava e gli uccelli notturni lo dominano, senza scampo, nel fondo delle sue caverne…
Marrazzo piange le sue lacrime di piacere e sputa confidenze sanguinolente per rifugiarsi in un cameratismo benevolo, che tarda. A tutti la sua bocca sembra quella di un vampiro e le sue dita pregne di regioni paludose. Non si stancano di ascoltarlo né di sussurrarlo nei corridoi lividi di invidia celata. Si sentono protetti, non era ancora la loro ora…possono giocare ad essere innocenti.
Il tempo sorge incessante e non muta lo zampillio delle fontane degli animi e dei corpi, come non mutano i precipizi dove, ogni tanto, qualche destino affonda.
Se ci chiedessimo perché piace tanto scavare nelle viscere di Marrazzo…troveremmo i nostri escrementi!

Il Celeste gusto dei pizzi

Scritto da: redazione ottobre - 30 - 2009 10 COMMENTI

mare1

Il paese è asfissiato dalla folla e dalle nebbie del fiume. Tutti amano scoprire il sapore delle frittelle mangiate a grossi bocconi nelle feste popolari, amano ungersi il viso e le mani prima di ricamare passeggi, amano il ricordo pressoché incredibile della verginità dell’anima. Tutti hanno qualcosa da proporre, gesticolando davanti al circo e aspettando che passino le giovani capre traboccanti di torva dolcezza. C’è già chi dispone i piedi per chi si abbasserà a baciarli…Qualche altro allinea i cavalli di legno degli spassi da fiera e chi, sotto il covone di fieno, solletica la nuca di qualche bella ragazza sdraiata…che vorrà essere la danzatrice scalza.
Con le bocche che ancora conservano il sapore dei confetti allo zenzero del circo passato, gli uomini scansano i ricordi, con il mignolo fra i denti, delle tre facce dello stesso dolore… Tutti si aggiustano il cavallo dei pantaloni, invitando a soppesare le offerte migliori, oscurando gli spicchi del tempio dove hanno osato replicare a bassa voce e imponendo ai direttori del circo novello mediocri artisti capaci solo di qualche giochetto di destrezza con dei mazzi di fiori…
Con la mano a imbuto sulle labbra, annunciano il passaggio della gabbia che trasporta quell’uomo d’affari correttamente vestito in un’immagine precisa e incitano la folla ad allinearlo distrattamente nei peggiori ricordi.
Le palpebre dei festanti si tingono di un colore violetto, mentre le stringono in una morsa che ricorda gli anelli di un serpente.
Alla sinistra c’è un ometto tronfio, che ricuce parole banali prese in prestito in un’agenzia di viaggi, la sua tolleranza è palesemente precaria e sembra appartenere a una razza minacciata che fatica a rimanere in vita. Una donna, che fino a un minuto prima aveva fritto pomodori, con le dita ingioiellate, batte le mani come se stesse ancora a girare negli spettacoli della vita…
L’altro, dice di essere un semi-dio e di avere salvato il bottino della nave che affondava. Ha le tasche piene, ma ad alta voce, convince tutti che è solo allucinazione…e bacia le labbra della vicina, per dare dimostrazione di come egli stabilisca una fraternità estrema. Ricorda di averla conosciuta in un cabaret e di averla salvata, e adesso la issa…e la siede a poppa.
Fanno capolino gli artisti sostituiti del circo passato e temendo di spezzare un’ illusione vulnerabile, danno spettacoli nuovi su divani viennesi, ricoperti di ricami turchi, e, sperando di essere i prescelti, lentamente e sulle punte, si avvicinano ripudiando i gesti antichi che li hanno visti protagonisti di giochi.
Gli animi si aprono come le narici degli impiccati e una donna corre a testa nuda, scavalcando i detriti e la spazzatura che conducono al mare. Si volta e respira un’ultima volta quell’odore di bestia selvaggia, odore di sangue che emana da un lato del tramonto…
Una costumista ha l’abitacolo colmo di vestiti di scena. Pochi quelli da donna. Lei la guarda e corre.
Si arrampica, prima di arrivare sulla schiuma del mare, su per la corda celeste del patibolo…fa fluttuare le vesti…si beffa di se stessa per aver ascoltato i venditori di aranciata, si regge solo con un piede, dà un ultimo sguardo alla folla raccolta nel tendone e…taglia la corda.
La schiuma del mare la ingoia, è stordita ma intatta…non può fallire anche il suicidio.
La misura del potere di una donna è data dal grado di sofferenza con cui quella donna può punire…

Maria Pia Selvaggio

Donne e potere, le ragioni di un appello

Scritto da: redazione ottobre - 17 - 2009 COMMENTI

donne1Da Rete Rosse Rosse riceviamo e pubblichiamo

Quando si parla di genere umano, ci si riferisce a uomini e donne; quando si parla di società, di razze, di genti, si parla di uomini e donne. Ma quando si parla di potere politico, purtroppo, si parla solo di uomini. Questo è un grave, gravissimo handicap per una società moderna: senza l’apporto degli uomini e delle donne insieme, infatti, la politica rimane comunque e sempre parziale, incompleta e non all’altezza di rappresentare pienamente la società con le sue istanze.
Se, dunque, gli uomini e le donne costituiscono quelle “diversità” che insieme creano l’unità da cui un sistema politico, per essere equo ed equilibrato, non può prescindere, è evidente che parlare, come si è fatto finora, di quote rosa è assolutamente inopportuno. Anzi le quote rosa sono da considerare addirittura discriminanti, e lo sono perchè nascono da un equivoco interpretativo sulla diversità di genere: la donna, “soggetto violabile e quindi oggetto di dominio”, la donna come sesso debole, che nei miglior dei casi bisogna proteggere. Il modello cui la politica deve tendere, invece, è quello di una democrazia totalmente e completamente paritaria, dove per democrazia paritaria non si deve intendere una moda, che passa dopo una stagione, bensì la costante possibilità, da parte di uomini e donne insieme, di accedere a tutte le sedi di dibattito e di decisione dei cittadini. Questa è una lotta di civiltà dalla quale i partiti politici non possono più esimersi. Non ci può essere emancipazione sociale senza un’emancipazione politica in condizioni di uguaglianza, e questa di certo è tutt’altro che garantita da una politica di protezione dettata dalle quote. Anzi, proporre in maniera demagogica le quote va contro la Democrazia Paritaria! Alle donne non servono né postazioni privilegiate, né precedenze, l’unica garanzia è il diritto alla partecipazione nella stessa misura degli uomini. E’ da questa profonda convinzione che nasce l’appello “donne e potere” che Rete Interregionale delle Rose Rosse ha stilato e sta diffondendo in tutta Italia al fine di realizzare un reale monitoraggio dell’operato dei partiti politici e delle amministrazioni (consigli ed esecutivi) sul rispetto della democrazia paritaria e una vigilanza sulla sottorappresentanza delle donne in politica e nelle istituzioni .La sua prima e più importante caratteristica è che non si tratta di un appello generico, come se ne fanno tanti, bensì di una iniziativa più articolata, che porta, piuttosto, ad una proposta operativa per il monitoraggio e vigilanza nonché all’ identificazione di quelle linee guida necessarie per l’individuazione delle donne (e anche degli uomini, ovviamente) da candidare nei diversi livelli istituzionali e ad un reale supporto a sostegno dell’inserimento delle donne nelle liste per le candidature, magari iniziando proprio dalle prossime regionali. E’ chiaro che per fare questo è necessario che la Rete Interregionale delle Rose Rosse crei sinergie in tutta Italia con Associazioni, Movimenti, ONG, comitati degli ordini professionali, etc, che possano aiutarci in particolare sull’attività di monitoraggio “sul campo”. In tal senso sono state già ottenute partnership importanti all’interno della Rete Nazionale delle Consigliere di Parità, attraverso la Consigliera di Ascoli Piceno Paola Petrucci, e nella più ampia Rete del Web attraverso il Circolo PD on line Barack Obama, che è stato il primo circolo politico on line nato in Italia ed il primo ad ottenere il riconoscimento ufficiale dal PD e che ha una importante rete capillare di membri e simpatizzanti in tutta Italia. Molto importante è anche il sostegno e l’appoggio di Mina Welby, storica paladina di battaglie civili e di cultura. Ora tocca a tutti quanti hanno a cuore lo sviluppo di una democrazia in senso paritario, ma non basta la sottoscrizione…è necessario un impegno più ampio e costante sul proprio territorio per il monitoraggio e per la vigilanza, ma anche e soprattutto per tenere alta l’attenzione del dibattito sociale e politico sui temi della democrazia paritaria.

Cosa ricordo di te

Scritto da: redazione settembre - 14 - 2009 COMMENTI

fatherandsonDi te ricordo i grossi silenzi e gli sguardi nel vuoto.
Di te ricordo le grida per delle sciocchezze, mai una semplice discussione.
Di te ricordo la mancanza di comunicazione, e la relativa carenza di attenzione verso la mia.
Di te non ricordo un abbraccio, una pacca sulla spalla, un complimento, un sorriso, tutto ciò che normalmente un padre fa.
Ricordo che preferivo i tuoi non rientri a casa quando lavoravi, e speravo spesso che ti trattenessero abbastanza in ufficio, pur di vederti rincasare più tardi e godere i silenzi della casa che parlavano più dei tuoi.
Non ricordo un “ti voglio bene”, un “sono fiero di te”, un “sei stata brava”.
Chi sei, non lo so.
Viviamo sotto lo stesso tetto da quasi trent’anni, e ancora non ti conosco.
Tante le cose che vorrei dirti, ma sarebbero soffocate dalla tua assenza non fisica ma mentale.
Spesso mi sei di fronte, ma la tua mente è altrove.
I problemi sono tanti lo so, ma non credo che qualche minuto del tuo tempo prezioso da dedicare a me sia sprecato.
Abbiamo convissuto fin ora come due estranei, tu tenevi dentro le cose e io facevo altrettanto.
Ora è diventato difficile per me avvicinarmi a te, non sai quante volte avrei voluto abbracciarti, ma mi è mancato il coraggio per farlo.
Eppure non dovrebbe essere così, dovrebbe essere un qualcosa di naturale.
La colpa non è certo la mia!
Forse non è nemmeno tua se non sei stato abituato, se sei cresciuto con un padre a sua volta duro.
Ma non avresti dovuto commettere l’errore del nonno, saresti dovuto crescere con una ricchezza in più data dalla sua mancanza che avrebbe dovuto spingerti a dire “io non sarò così coi miei figli”.
Ma forse certe cose nascono dentro, non le si possono acquisire, non le si possono inculcare, non le si possono nemmeno comprare altrimenti io te le avrei regalate.
Di solito si dice che ti rendi conto di quanto fosse importante una persona quando questa non è più con te, io spero che sia così per te.
Dal canto mio, anche se non te l’ho mai detto, ti amo più della mia vita e ti ammiro molto come persona, ma come padre non posso dire altrimenti.
Non so se leggerai mai queste parole, e dentro di me c’è una piccola parte che spera tu non le legga mai.
Ma c’è anche un’altra piccola parte, quella che vorrebbe tanto che tu le leggessi, non per porre rimedio ai tuoi errori, perché purtroppo non possono essere rimediati, ma almeno potresti porre fine ai tuoi immensi silenzi.

Giusy Savastano

Conferenza Internazionale sulla violenza contro le donne

Scritto da: redazione settembre - 11 - 2009 COMMENTI

violenzaIl 9 e il 10 Settembre si è tenuta a Roma, su iniziativa della Presidenza Italiana del G8, la Conferenza Internazionale sulla violenza contro le donne. Il Ministro Carfagna, che ha presieduto la Conferenza, durante i lavori ha ribadito la necessità di condannare gli abusi e la violenza contro donne e bambine. Orrori che possono essere sconfitti definendo una strategia comune per combatterli. La violenza e l’abuso sono mali che vanno ricondotti nelle più inaccettabili forme di violazione e privazione dei diritti umani. Per riuscire in questo intento, si è posto l’accento su una nuova epoca di cooperazione internazionale e di una grande alleanza tra tutti i Governi e la società civile. L’attenzione sul fenomeno non va persa e per questo l’Italia afferma il suo impegno a mantenere la questione al centro dell’agenda internazionale. Nei giorni precedenti e successivi alla Conferenza sono andati in onda nuovi spot pubblicitari di sensibilizzazione al fenomeno della violenza sulle donne, un passo avanti rispetto al passato. Sensibilizzare i cittadini al crudo tema della violenza attraverso povere immagini ma ricche di significato, è già un mattone che cade giù dal grande muro dell’indifferenza. Non si può essere ciechi dinanzi ad una tale crudeltà che non ha motivo di esistere. Nessuno può distruggere il pudore di una donna, se non la donna stessa. Nessuno ha il diritto di annientare un essere umano per propri sfoghi personali. In realtà bastano poche grida per porre fine ad un grosso silenzio.

Giusy Savastano

Impossibile descrivere la violenza

Scritto da: redazione agosto - 21 - 2009 COMMENTI

violenzadonneCome si può descrivere la violenza su una donna?

La violenza usata contro una donna è un qualcosa di agghiacciante e brutale che non si può spiegare.
L’unico sentimento che si può spiegare è cosa prova una donna nel subirla.
Ma si può spiegare, non si può capire se non la si vive.
La maggior parte delle persone pensano erroneamente che sia un accadimento orrendo che solo il tempo può riuscire a far dimenticare, ma non è così.
La violenza si continuerà a sentire e vedere, anche in piccole immagini che magari ci scorrono davanti.
Sarà in ogni gesto, in ogni parola, in ogni sguardo, in ogni sogno di chi l’ha vissuta.
Resterà lì in silenzio, affiorerà quando meno lo si aspetta e poi scomparirà per nascondersi nei meandri del cuore più nascosti.
È vero uno schiaffo può essere cancellato subito dopo che scompare il livido, ma le umiliazioni, gli insulti, le parolacce, quelle non vanno via.
Ogni parola che sentiremo dopo aver vissuto una violenza, non avrà per noi lo stesso significato di chi la dirà, perché noi vedremo sempre significati negativi.
La realtà ci apparirà sempre sfuocata, non riusciremo mai più ad avere quell’innocenza nelle relazioni e lasciarci andare facilmente ai valori della vita, quegli stessi valori che un tempo ci sembravano impossibili da abbattere.
Le persone non ci capiranno mai abbastanza, saremmo spesso fraintese, saremmo spesso preda di facili bersagli.
Nell’immaginario collettivo una donna che ha vissuto violenza può ritornare a vivere dopo aver dimenticato il dolore subito, ma non si scorda il dolore vissuto col passare del tempo.
Il tempo potrà solo affievolirlo, renderlo meno soffocante, trasformarlo in un dolore remoto.
Ma il dolore amiche mie non scompare mai.
La tristezza, il rammarico, l’odio, la paura, la rabbia, saranno sentimenti che vivranno con noi, sentimenti che magari un tempo non conoscevamo neanche, ma che ora sono i nostri migliori alleati nella vita quotidiana.
Ci accompagneranno nel nostro percorso di vita e solo a volte ci lasceranno andare.
Ma durerà poco, perché ci allungheranno presto le braccia per riprenderci a loro.
Ora mi domando, perché tutto ciò merita una donna che viveva la sua vita tranquilla, ma non ho risposta.

Giusy Savastano



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