Con il termine omofobia si indica il pregiudizio, la paura irrazionale o l’odio violento nei confronti delle persone omosessuali, o le azioni che da esso derivano o che ad esso sono riconducibili.
Per omofobia si può intendere anche la paura dell’omosessualità, ed in particolare la paura di venire considerati omosessuali, ed i conseguenti comportamenti volti ad evitare gli omosessuali e le situazioni considerate associate ad essi.
Intesa nel senso di “paura fobica e irrazionale”, l’omofobia non è legata a una credenza politica o a un livello culturale, ma piuttosto al livello di equilibrio del singolo individuo. È stato infatti riscontrato da decenni il fatto che tendono all’omofobia le “personalità autoritarie”, rigide, insicure, che si sentono minacciate dal “diverso da sé” (ovviamente non solo omosessuale). Alti livelli di omofobia sono stati riscontrati anche in persone in lotta con una forte omosessualità latente o repressa.
Il semplice dissenso nei confronti dello stile di vita omosessuale, quando non si manifesti elevati in forma violenta, non costituisce in quanto tale omofobia, trattandosi di una semplice espressione di un libero pensiero; può tuttavia scadere nell’omofobia nel momento in cui giustifichi, condoni o scusi atti di discriminazione, marginalizzazione, persecuzione e violenza perpetrati in base al solo dato dell’omosessualità e in assenza di altri motivi. L’omofobo può arrivare alla violenza fisica e all’omicidio, motivati dalla pura e semplice omosessualità della vittima.
L’episodio di omofobia che ha ottenuto più risalto (grazie al fatto che la famiglia ha voluto che fosse reso noto, invece di nasconderlo) è stato l’assassinio a freddo di un ragazzo del Wyoming (U.S.A.), Matthew Shepard, avvenuto per mano di due suoi coetanei, che hanno sostenuto di averlo voluto punire per una “avance” sessuale in base al cosiddetto “panico gay”.
Intesa nel senso di atteggiamento culturale, invece, l’omofobia cambia moltissimo a seconda della cultura di appartenenza. Alcune culture ritengono infatti sana e scontata l’espressione di disgusto o scherno verso gli atti e le persone omosessuali e, “se necessaria”, la violenza per impedire le “spudorate” manifestazione dei comportamenti omosessuali.
In questo secondo senso l’omofobia può trarre (e normalmente trae) nutrimento e soprattutto legittimazione da condanne religiose, ideologiche o politiche.
In genere gli atti più gravi di violenza contro le persone omosessuali vengono compiuti in nome di credenze religiose, ma sarebbe scorretto identificare la religione con la causa dell’omofobia. Le credenze religiose, specie se di tipo fortemente dogmatico, possono rafforzare sì l’omofobia, ma l’omofobia in quanto tale è un fenomeno indipendente dalla religione. Non solo si sono avuti, e si hanno, innumerevoli esempi d’ideologie non religiose o addirittura antireligiose che hanno perseguitato ferocemente le minoranze omosessuali (vedi la Germania Nazista), ma si osserva spesso, anche in Italia, come la condanna religiosa serva solo da pretesto per dare una facciata socialmente accettabile all’omofobia di persone la cui fede religiosa è come minimo dubbia.
In altre parole, l’omofobia è un fenomeno indipendente dalla condanna religiosa: spesso le preesiste e addirittura la sollecita per ottenere una legittimazione “a posteriori” alle proprie idee.
Michele Pace