Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?Queste le tre domande che sembrano sintetizzare la serata di ieri sera di AperitivoCorto. Ancora una volta l’uomo che interroga se stesso e si palesa nell’arte proprio come quando nel 1897 Gauguin diede questo titolo a una delle sue opere più belle.
L’arte che si interroga, che blocca sulla tela o attraverso la pellicola quei dubbi, quelle incertezze, quelle preoccupazioni che sembrano accomunare tutti gli esseri umani. Il cinema ieri sera ha dialogato con i presenti, dandogli sia delle risposte, talvolta sconcertanti, sia degli input sui quali riflettere per poter scuotersi da un sonno che sembra averci proiettato in un mondo privo di sogni.
«Dicono che l’infanzia sia bella, forse perché non se la ricordano veramente», così iniziava uno dei corti proiettati ieri sera, una favola dissacrante, una favola moderna vista dagli occhi di un bambino abituato ad addormentarsi non dal dolce suono delle parole della madre ma da quelle della giornalista televisiva che parla di un mondo dove i bambini sembrano non trovare spazio.
Una serata, dunque, che ha affrontato temi forti, muovendosi verso un cinema impegnato. Una serata durante la quale sembra essere stato ucciso l’amore, la famiglia, le favole, i sogni, l’infanzia. Dei corti che hanno proiettato l’immagine di una generazione che sta smarrendo la strada e sprofondando nell’oblio. Favole moderne di un mondo che deve svegliarsi, riflettere e rimettersi in discussione, ma soprattutto ricominciare a sognare e sperare.
Un sogno e una speranza di riuscire e ricominciare in un Paese, il nostro Paese. Un sogno come quello di Antonio Volpone che sembra materializzarsi in immagini che rappresentano un mondo, quello interiore, di chi scatta ma soprattutto di chi osserva e che sembra voler promuovere il riscatto dell’errore fotografico, dimostrando come a parlare non sempre è la perfezione convenzionata a canoni comuni, ma è la costante ricerca del perfettibile a urlare le emozioni. Un sogno quello di Antonio Volpone che deve ancora realizzarsi, perché lui è ancora alla ricerca della foto più bella da scattare, quasi nella piena consapevolezza che forse non la troverà mai, perché ogni foto è una storia a sé, e ogni sua immagine sarà un’opera d’arte. E poi c’è stata la speranza, ieri sera al musa, che ha parlato grazie a Pompeo Capobianco, presente per presentare i vini dell’azienda vitivinicola Caputalbus e in particolare il “Dies Irae”, vincitore del premio “Douja d’or”, ma soprattutto per dimostrare il riscatto di un sud che vive, che sogna, che cerca di crescere grazie a giovani che credono nelle possibilità della loro terra e lottano per migliorare. «Nessuno è profeta di se stesso»: queste le parole di Pompeo che ha presentato il suo vino, con l’umiltà ci chi sa di poter fare cose grandi inseguendo una passione che dura da generazioni.
Maria Scarinzi