Il 3 marzo 2012 alle ore 18.00, presso le sale espositive della Rocca dei Rettori, si inaugura la mostra Acquaria di Marco Romano. Nel suo curriculum il giovane artista beneventano vanta la partecipazione a numerose esposizioni (Premio Nazionale delle Arti Visive Milano 2011, Forme e colori dell’Italia unita. L’arte e il 150° anniversario dell’unità nazionale Roma 2011) e una residenza a Siviglia in qualità di vincitore del Plein Air 2011 promosso dalla Fondazione Tres Culturas. Tra gli ultimi significativi riconoscimenti ci sono le borse di studio assegnate dal Pio Monte della Misericordia di Napoli nel novembre 2011 e dal Rotary Club Gruppo Partenopeo nel febbraio 2012.
Per la personale alla Rocca dei Rettori, patrocinata dalla Provincia e dal Comune di Benevento, Marco Romano presenta una serie di dipinti, grafiche, sculture e video, ispirati agli elementi naturali. Nella sezione dedicata all’acqua domina la tela Talassia, con una sub immersa, fisica- mente e spiritualmente, nel blu profondo del mare. Molte opere affrontano il tema delle megat- tere che, lungi dall’evocare il mostro, il Moby Dick di Melville, propongono i grandi cetacei quale icona di leggerezza e di libertà. Nella sezione incentrata sull’aria, protagonista è Icaro, l’uomo che vola o che sogna di volare, e si lascia andare nel cielo. La mitica aspirazione a essere come gli uccelli, come gli albatros raffigurati in altre opere, coglie quanto di più profondo è inscritto nel cuore di ogni uomo.
L’allestimento della mostra vede la collaborazione di Maurizio Cimino e, per la parte musicale, di Giovanni Santamaria. I testi critici nel catalogo sono di Massimo Rossi Ruben e Valerio Rivo- secchi, progetto grafico, impaginazione ed immagine coordinata a cura di Augusto Ozzella. La mostra resterà aperta fino al 25 marzo, con i seguenti orari di visita: 10.00-13.00, 16.30-19.00 ( Incluso la domenica ).
info e contatti:
www.marco-romano.com
marco-romanoart@libero.it
“…….[...] Ma nei suoi lavori - specie negli ultimi - c’è soprattutto la riconferma di ciò che è sempre
stato uno dei motivi dominanti del proprio essere artista, chiaro n dagli esordi: la progettualità
dell’opera, che ora si manifesta attraverso l’analisi di un altrove inesplorato, uttuante sul fondo
della tela a ricordare l’esistenza di quella dimensione “altra” che ci è preclusa, celata e rivelata
nelle forme solo dall’immaginazione dell’ignoto.
Si tratta, beninteso, di un endroit colmo di smarrimenti; nella pittura di Romano, del resto, si
compiono incursioni dalle prospettive contrapposte: profondità ed altitudini segnano
l’inaerrabile consistenza degli elementi, nel fragile gioco che ci rivela l’illusione della conquista
del luogo cui perennemente tendiamo, ma che resta comunque inaccessibile, quale mistero
precluso dell’assoluto.
Le opere in mostra, in sintesi, al di là delle suggestioni immediate che indubbiamente sono in
grado di esercitare nel visitatore, derivano da un’introiezione del circostante (accolto dall’artista
quale retaggio di quella pratica di osservazione e meditazione degli elementi naturali) e ci anticipano
che questo sentimento continuerà probabilmente ad accompagnare Romano per tutta
la sua parabola futura: le passioni - del resto - così come i desideri, i deliri, la brama e gli enigmi
appartengono all’arte e non si debellano al primo appagamento.
Continuerà Marco Romano, dunque, ad incamminarsi verso quell’altrove, ad essere un viaggiatore
incantato; non cesserà di guardare oltre quel velo che occulta la verità, di sporgersi oltre la
siepe che delimita un mondo parallelo che pure esiste, per raccontarne un altro, arcano, che ci
seduce ed attrae; udrà altre voci; entrerà in altre stanze; non sosterà dietro alcun uscio serrato,
ma vorrà entrarvi, senza tuttavia pretendere di capire subito: certi luoghi, come l’anima, hanno
un’entrata segreta. Non potendo varcare quel conne invisibile, Marco Romano seguiterà ad
osservare con immutata innocenza ciò che se ne sta al di qua, le immagini che per lui sono
metafora di bellezza, di assoluto, di innito; l’esilio sarà la sua condizione, il suo destino. [...]”
Gli elementi e l’altrove Il grande blu nelle opere di Marco Romano
Massimo Rossi Ruben
da Acquaria
“…….La pittura di Marco Romano possiede il raro dono di stabilire una comunicazione immediata,
diretta e spontanea con lo spettatore. E quando dico “immediata” mi riferisco alla possibilità di
andare oltre i signicati, i simboli, le idee che sottostanno alla realizzazione delle opere o, in un
caso come questo, alla progettazione di un intero ciclo pittorico, con un titolo e un tema. Le
idee di partenza hanno certamente la loro importanza, e anche la loro radice autobiogra- ca,
quella dicile scelta di libertà che ha spinto l’autore ad abbandonare i suoi studi di Inge- gneria
per dedicarsi anima e corpo alla pittura, tuttavia in questi dipinti c’è qualcosa di più, un elemento
mi- sterioso e sfuggente, dicile da denire con le parole perché è interamente racchiuso
nella pittura. Prendiamo come esempio un dipinto come Icaro. Certamente è stato importante
aver individuato, come metafora del suo personale “salto nel vuoto”, un bel simbo- lo, antico e
pieno di storia. Icaro rappresenta non solo la sda alle leggi di natura, ma anche l’incertezza e il
coraggio che distin- guono ogni autentica esperienza umana. La caduta ma anche la speranza
indicata dal paracadute.
Sicuramente le ottime qualità tecniche dell’autore lo hanno messo in grado di utilizzare come
materiale di partenza qualche fotograa, o meglio un video, per iniziare a costruire l’immagine,
attribuire solidità e carattere al corpo in caduta, denire gli spazi e le luci per creare profondità,
trovare la giusta densità degli impasti, una preparazione di fondo adatta ad equilibrare i toni. Ai
primi schizzi saranno seguiti certamente una serie di bozzetti di piccole dimensioni e poi via
verso la sda del quadro di due metri; tutto questo è meraviglioso e importante, fa parte del
“mestiere” della pittura, ma non basta a motivare il carattere quasi ipnotico del quadro nito. Il
fatto è che in quell’Icaro, senza che Marco Romano ne sia del tutto consapevole, si riversano e
trovano forma attuale le immagini di una memoria collettiva e inconscia, immagini di santi in
estasi e di angeli volati via dagli altari durante la nostra infanzia, ricordi fulminanti dei sogni in
cui ci risvegliamo un attimo prima di cadere, l’ebbrezza dell’aria e del sole sulla pelle. E così quel
quadro non è più solo il quadro di Marco Romano, ma l’emblema di una dimensione collettiva,
l’icona assolutamente laica di una condizione esistenziale e di uno stato d’animo in cui si fondono
libertà e paura.
Questo passaggio dalla realtà sica della cosa vista (oppure fotografata, lmata, e non necessa-
riamente dai nostri occhi) alla dimensione metasica ed onirica dell’emblema si compie in
tutte le opere del ciclo, e funziona perché è totalmente insita nella pittura e nei suoi mezzi
espressivi. Le sagome dei subacquei in piena luce devono la loro felicità all’intensità del colore
e alla freschezza e mobilità del segno; le balene riversano nella pittura la loro natura di creature
pesanti e allo stesso tempo agili e leggerissime; il volo degli uccelli si frammenta in un
tratteggio dinamico e musicale. Nel loro insieme sembrano invitarci a varcare una soglia, a
scoprire un orizzonte di libertà che è dentro di noi, così come solo dalle profondità marine è
possibile apprezzare la luce che è fuori”.
Nel segno della luce
Valerio Rivosecchi
da Acquaria