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“Donne: strumento dei furbi della politica”

Scritto da redazione agosto - 3 - 2009   Stampa articolo Stampa articolo

democraziaDall’ Associazione Politica, Culturale, Sociale di Benevento riceviamo e pubblichiamo:
” Come spesso accade anche la sentenza del Tar sulla presenza femminile negli organismi comunali continua ad essere utilizzata strumentalmente. Associazioni, gruppi politici e partiti continuano a parlarne nascondendo i loro veri interessi. Dagli interventi di insospettabili “femministi” emerge chiaro che le donne sono solo un pretesto per nascondere bramosie personali o per garantirsi una parte del consenso all’interno di un partito. Appare strano che chi ha talmente a “cuore” la questione delle donne non abbia poi il coraggio di commentare i recenti fatti nazionali che istituzionalizzano una concezione negativa della donna. Eppure materiale ce ne a sufficienza! In esternazioni o in pubbliche manifestazioni, la donna viene fatta passare come un oggetto, uno scatolame di cui poter disporre in grandi quantitativi: a volte gratis, altre a pagamento, altre ancora con promesse di posizioni professionali o seggi in Parlamento. Donne belle e vivaci vengono esibite per compiacere gli amici, per concludere affari, per allietare le feste o per rendere meno noiose le serate di chi, per “servire” il Paese, ha scelto di stare lontano dai suoi affetti e dalla sua famiglia.
Ci si accorge della condizione della donna solo per “sentenza”, solo per una poltrona, ma poi ci si dimentica delle loro battaglie; non si sottoscrivono i loro manifesti e non si sostengono i loro appelli di “profonda indignazione” per come sono trattate in pubblico e in privato. Non apparteniamo alla categoria dei moralisti, tanto meno ci interessa giudicare vicende relazionali che trascendono la sfera personale. Ci sentiamo però di deplorare le finte ed interessate battaglie quando poi non si ha il coraggio di criticare la pubblica arroganza: che recluta personale politico in base all’avvenenza o alla bellezza; che impone discorsi sessisti che delegittimano sistematicamente la presenza femminile sulla scena sociale ed istituzionale; che mina la dignità delle tante “belle figliuole” da parte di maschi ricchi, potenti e potenzialmente incontenibili.
Tutti segni inequivocabili della pericolosa impotenza di una società che sembra avere della donna una concezione sfruttatoria, coattiva e ripetitiva, svincolata da ogni dimensione relazionale, mortalmente triste. Una società che non osa nemmeno meravigliarsi quando il silicone diventa elemento indispensabile per far carriera, per diventare onorevole o ministro nonostante non si fosse portati al ragionamento politico o non si abbiano specifiche competenza. Attenzione, dunque, a non cadere nel tranello della strumentalizzazione organizzata. Convochiamolo pure un Consiglio comunale ma apriamolo alle donne, all’ascolto delle loro ragioni, alla denuncia dei soprusi che ricevono. Non per dare spazio ad ipocriti dirigenti che mirano a sfruttare solo un becero interesse personale o elettorale. Si abbia, poi, il coraggio di chiederlo anche alla Provincia per sostenere e solidarizzare con l’unica rappresentante femminile, legittimamente eletta dal popolo, di cui sono state chieste a gran voce le dimissioni. Ed sempre il consesso provinciale ad evidenziare le marcate ipocrisie su cui le donne non strumentalizzate della politica dovrebbero riflettere. E’ qui, difatti, che una apprezzata e competente “assessora”, tra l’altro eletta da una intera comunità, si è dimessa per ragioni di partito. Le donne vogliono capire:: è la rappresentanza di genere che volete sostenere o è la rappresentanza di partito ?
Perché se prevale la prima, tutti, in particolare le donne e le attuali dirigenti dell’UDC, che tanto si stanno spendendo per difendere la loro causa, dovrebbero invitare vivamente l’On Mazzoni a non dimettersi. Dovrebbero, contestualmente, per dimostrare di aver acquisito un buon grado di emancipazione ed indipendenza dai loro dirigenti (uomini), invitare i vertici del loro partito a desistere dal chiederne le dimissioni, perché, in quel caso, il posto andrebbe al primo degli eletti di quel partito che non è una donna. Si perderebbe così, ancora per ragioni di partito - quindi di bottega - un’autorevole e qualificata presenza che sul campo, e non per sentenza, potrà continuare a sostenere le loro ragioni e difendere gli intessi di genere.”

Associazione Democrazia Partecipata

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